Francesco Petrarca a Napoli. I motivi ed i momenti

Nell'ambito delle lezioni programmatiche per l'Anno Accademico 2017-18 dell'Università dell'Età Libera Enzo Ficai, sezione distaccata di Capolona-Subbiano, che si svolgono regolarmente di lunedì nell'Auditorium comunale dell'Istituto Comprensivo Garibaldi di Capolona, il giorno 19 di febbraio scorso ha visto la lezione del professore Luigi Fienga, socio dell'Accademia Petrarca di Arezzo, dal titolo: Francesco Petrarca a Napoli. Fra l'unanime attenzione dei presenti, il prof. ha preso le mosse da un'acuta e puntuale analisi per spiegare le ragioni che mossero il Petrarca ad andare a Napoli, capitale del regno angioino. Accostarsi alla figura e all'opera del Petrarca ha significato per il relatore muoversi in un attento equilibrio tra le citazioni delle fonti e dei testi più direttamente illuminanti il tema in questione da una parte e l'esigenza di organare dall'altra i passi medesimi in un tessuto espositivo di più ampio ed accettabile respiro, capace di far emergere con tutto il rilievo esistenziale di protagonista dell'inquieta ed inquietante stagione che chiuse, ma non concluse, le discordie dinastiche del regno meridionale. Così si sono venute precisando le due presenze del Petrarca a Napoli: la prima volta nel 1341, vivendo Roberto d'Angiò; la seconda volta nel 1343, quando da poco era morto l'illustre sovrano e regnante già la giovane nipote Giovanna I. La prima, per sottoporsi all'esame che l'avrebbe condotto alla laurea poetica in Campidoglio; la seconda, come ambasciatore per risolvere i difficili affari di stato che erano subentrati alla morte di re Roberto.


Questi i fatti, oltremodo noti, della biografia del Petrarca. Ma il problema che ha posto Fienga, nella prima parte del suo intervento, è stato quello di mettere in luce, attraverso le stesse opere del cantore di Laura, il perché lui scelse il re di Napoli quale esaminatore per il conseguimento della sua laurea in Campidoglio e quali furono i capovolgimenti culturali ed intellettuali di cui beneficiò l'intellighentia napoletana con i suoi innumerevoli interventi a Corte.
Nella formazione e nella diffusione del classicismo trecentesco l'operato del Petrarca, che tenne diretti contatti con i centri culturali dell'Europa del tempo, ebbe una funzione decisiva sugli intellettuali della nuova generazione napoletana, i quali avevano seguito a Firenze il figlio del re Roberto, Carlo duca di Calabria, in quella missione diplomatica di reggenza della repubblica di Firenze negli anni 20, e nella quale già avevano avuto l'occasione di conoscere e contattare i circoli del nascente umanesimo toscano. Barbato da Sulmona, Giovanni Barrili e Niccolò Alunno d'Alife, presenti a Corte durante l'esame reale del Petrarca, vennero così naturalmente attratti nell'orbita del suo magistero, risentendo della sua guida e restando per tutta la vita legati in amicizia con lui. In ogni caso, la particolare sensibilità del re per il nuovo orientamento degli studi spiega anche l'accoglienza che ricevette il poeta, il quale, proprio a Napoli da re Roberto ebbe l'approvazione del conseguimento della laurea in Campidoglio. Che , poi, la medesima sia stata presentata dallo stesso Petrarca come scaturente da una congiuntura di una biografia esemplare e
tacendo, invece, nei suoi scritti, sul modo in cui essa fu resa possibile, è stata argutamente spiegata dal relatore attraverso vari momenti della vita del poeta; il privilegio, in verità, gli arrivava del tutto straordinario: come poeta, non aveva ancora pubblicato molto per meritarselo, tuttavia la protezione della potente famiglia dei Colonna e i molti suoi estimatori dai quali era riuscito a farsi apprezzare, sicuramente bastarono a fargli conseguire il successo.
La storia dell'incoronazione poetica, ha spiegato Fienga, parte da lontano: a Parigi, aveva trovato un patrono nel fiorentino Roberto dei Bardi, teologo e cancelliere presso quella Università, da lui conosciuto quando vi si recò nel 1333; a Roma, poi, nel gentiluomo Orso dell'Anguillara, che aveva sposato Agnese Colonna, sorella del Cardinale Giovanni, e presso il quale era stato ospite nel gennaio-febbraio del 1337 a Capranica, nel corso del suo primo viaggio a Roma; a Napoli, infine, l'esame richiesto dal poeta stesso, era stato opportunamente predisposto dal teologo e letterato agostiniano Dionigi Roberti da Borgo San Sepolcro, presente a Corte dal 1340, affinché il prestigioso sovrano ne assumesse il patrocinio e da lui fosse dichiarato degno della corona poetica. La scelta di Roma, ha fatto presente il relatore, corrispondeva a una precisa strategia culturale: far coincidere la gloria letteraria con la missione civile del letterato. A Napoli, la fama del poeta era stata rafforzata, vivendo re Roberto e anche dopo, dall'amicizia che il Petrarca intrattenne con alcuni fra i più insigni letterati napoletani, che rimasero da lui apprezzati amici e sostenitori del nascente umanesimo: Barbato da Sulmona, Giovanni Barrili, Niccolò Alunno d'Alife. Del secondo viaggio nel regno meridionale, nel 1343, la documentazione è evidentemente distesa e soddisfacente.

Presente a Napoli, in veste ufficiale, su preciso incarico del cardinale Colonna e del papa Clemente VI, Petrarca ufficialmente intervenne presso il Gran Consiglio, fortemente condizionato dal monaco dissidente Roberto da Mileto per restituire la libertà alla famiglia Pipino, protetta dal Colonna e, allo stesso tempo, per portare la voce del romano pontefice, che da Avignone lamentava il diritto di nominare un suo vicario nella minorità di Giovanna. La missione si tradusse in un insuccesso diplomatico. E in attesa di una risposta dal Consiglio, la quale giammai venne data direttamente a lui, fece quell'escursione con i due amici Barbato e Barrili nei Campi Flegrei e nei luoghi virgiliani con quel sereno spirito di umanista, che aveva già desiderato fare nel 1341 e che restò, dopo tutti i fastidi subiti, l'unico sollievo. La visione di Baia, di Pozzuoli, di Miseno, di Cuma, dei laghi d'Averno e di Lucrino, dell'antro creduto della Sibilla e di Literno fu cagione di quelle intense emozioni che si tradussero, ha sottolineato il relatore, in documento di somma importanza storica. La relazione che ne seguì al cardinale infatti rappresenta un'autentica ricognizione del loro patrimonio culturale ed archeologico, che nessuno più efficacemente di lui avrebbe potuto descriverne l'incomparabile valore al nascente Umanesimo italiano. E il legame di amicizia con Barbato e il Barrili, che gli avevano fatto da guida. nutriti anch'essi di studi e di poesia antica, si venne rafforzando da quel giorno ancor di più trasformandosi in culto vivissimo per il Petrarca, che a Napoli, insieme a queste nuove leve della cultura, costruì quelle valide basi che si riveleranno in seguito quali sicuri avamposti per il nascente Umanesimo italiano Serrata e convincente la conclusione di Fienga, che, ai dispiaceri subiti dal Petrarca, provocati dalla Corte e dai giovani regnanti, nell'occasione della missione, ha contrapposto, citando un'epistola senile, il sincero sentimento di devozione del poeta, durato tutta una vita, verso la città di Napoli.

 

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