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LUCREZIA LOMBARDO ALL'UNIVERSITA' DELLA TERZA ETA'

VITA ACTIVA NEL PENSIERO DI HANNAH ARENDT

di  Virgilio Badii - Studioso

L’ultima lezione tenuta all’Università dell’Età Libera Capolona Subbiano, tenuta dalla prof. Lucrezia
Lombardo, ha permesso di conoscere Hannah Arendt, una filosofa nata in Germania da famiglia ebraica,
naturalizzata statunitense.


In particolare la Lombardo si è soffermata sulla sua opera del 1958 “Vita Activa. La condizione umana”.
Le tre condizioni dell'esistenza, fondamentali per capire la antropologia di Arendt, corrispondono
all'ambiente naturale degli individui, la Terra, e quindi l'attività del lavoro, rappresentata dall'animal
laborans; la seconda condizione è l'insieme di artefatti (fabbricare) di cui l'uomo si circonda per vivere e
operare nel mondo, cui corrisponde l'homo faber; la terza condizione è lo spazio pubblico in cui gli
individui interagiscono mediante il discorso, l'attività corrispondente è l'agire. Le tre attività compongono la
vita activa.
È in pratica la soluzione proposta alla politica in crisi, ed ha un evidente riferimento alla concezione
aristotelica con qualche novità, derivante probabilmente dai totalitarismi appena passati o del momento
(nazismo, fascismo, comunismo). La Arendt diviene una vera e propria anticipatrice dei nostri tempi in cui il
riduzionismo sembra essere la tendenza di oggi dimenticando che l’uomo è unico e irripetibile ed
insostituibile. Per la Arendt il discorso non è un conversare qualunque ma la capacità di dialogare insieme e
di far durare le cose producendo memoria e progettando il presente rendendolo futuro. La vita activa
diviene così l’opposto della vita contemplativa (o vita interiore) ed è una vita che comporta lo sforzo di
uscire da se stessi entrando in relazione con gli altri individui. Nella vita activa l’agire implica
necessariamente la relazione con l’altro a differenza con lavoro e fabbricare che possono compiersi
singolarmente. Dunque non vi è politica se non vi è unità e collettività; il concetto di pluralità diviene quindi
centrale. “Non l’uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”.
La Arendt partendo da queste affermazioni e convinzioni affronta, in un’altra sua opera, l’origine del
totalitarismo del XX secolo. Il totalitarismo è un fatto nuovo del nostro secolo, non assimilabile o riducibile,
secondo la Arendt, ai tradizionali regimi tirannici o dittatoriali. Esso nasce dal tramonto della società
classista, nel senso che l'organizzazione delle singole classi lascia il posto ad un indifferenziato raggrupparsi
nelle masse, verso le quali operano ristretti gruppi di élites, portatori delle tendenze totalitarie. Tali
tendenze, dopo la vittoria politica sulle vecchie rappresentanze di classe, realizzano il regime totalitario, che
ha i suoi pilastri e nell'apparato statale, nella polizia segreta e nei campi di concentramento nei quali si
rinchiudono e si annientano gli oppositori trasformati in nemici. Attraverso l'imposizione di una ideologia
(razzismo, nazionalismo socialismo, comunismo) e il terrore, il totalitarismo, identifica se stesso con la natura,
con la storia, e tende ad affermarsi all'esterno con la guerra. Nulla di simile era apparso prima: il
totalitarismo è un fenomeno essenzialmente diverso da altre forme conosciute di oppressione politica
come il dispotismo, la tirannide e la dittatura. Dovunque è giunto al potere, esso ha creato istituzioni
assolutamente nuove e distrutto tutte le tradizioni sociali, giuridiche e politiche del paese. A prescindere
dalla specifica matrice nazionale e dalla particolare fonte ideologica, ha trasformato le classi in masse,
sostituito il sistema dei partiti non con la dittatura del partito unico ma con un movimento di massa,
trasferito il centro del potere dall'esercito alla polizia e perseguito una politica estera apertamente diretta al
dominio del mondo ".
La Lombardo, leggendo l’Arendt, introduce anche il concetto di sfera sociale derivante dalla fusione della
sfera pubblica (l’agire) e della sfera privata (lavoro e fare) e dell’avvento del cristianesimo, dove un dio
creatore fa tramontare il primato greco dell’agire politico. Oggi, afferma la filosofa tedesca, trionfa l’Homo
Faber, trionfa cioè la sfera economica, la priorità è il lavoro e il fare, a scapito della democrazia diretta e del
confronto.
Come fare per tornare alla vera politica?
1 - Ripristinare il valore del dialogo.
2 - Coinvolgere tutti i cittadini nelle decisioni da prendere (almeno le più importanti).
3 - Indirizzarsi verso scelte pubbliche collettive mirate al bene e alla felicità estese.
4 - Abolire le fazioni politiche e creare dei consigli cittadini che deliberino sulle questioni importanti. Sulla
base del oto di maggioranza dei consigli si agirà poi a livello collettivo.
In definitiva la dimensione della politica per Hannah Arendt si lega a una tradizione totalmente alternativa e
precedente (non a caso uno dei suoi modelli è la polis ateniese) quella moderna della politica degli Stati e

dei governi. Politica è valorizzare il fatto che la condizione umana è una condizione di pluralità; politica è
abbandonare l’isolamento protettivo della vita privata, della famiglia, del gruppo e dell’etnia per accettare
il rischio dell’esposizione agli altri per amore di un mondo abitato da persone uniche e diverse le une dalle
altre. Certo, in questo modo Hannah Arendt rilanciava la dignità della vita pubblica e del dialogo tra
cittadini che in essa si svolge come antidoto allo schiacciamento dell’individuo nella massa tipico dei regimi
totalitari. Ma la sua idea dell’agire politico come rivelazione di “chi” uno è, esplicazione del vincolo
essenziale che sussiste tra ogni individuo e la realtà politica, sociale, culturale della sua epoca, esprime una
convinzione generale: ogni essere umano può sottrarsi ai meccanismi che fatalmente lo condizionano e
trovare il significato della sua esistenza, affermando una libertà che è sostanzialmente potere di iniziativa e
di innovazione, capacità di esprimere se stessi e di assumere la responsabilità delle proprie azioni,
trasformando il contesto delle relazioni, tradizioni, regole istituite che costituiscono la realtà che ci circonda
nel luogo di un radicamento comune di esperienze, di condivisione di un comune destino.
Rileggendo questa filosofa tedesca sembra di rileggere le pagine della nostra storia politica attuale, anche e
proprio di questa ricerca di un governo da dare al nostro Paese, ma anche delle difficoltà che altri Stati
hanno incontrato per giungere allo stesso scopo. Ed ancora alla mancanza di sintesi tra posizioni
apparentemente contrarie e comunque diverse, l’incapacità di dialogare a tutti i livelli, il cambiamento
profondo della scuola che non è più palestra di vita e di idee ma, piuttosto, dispensatrice di modi per
entrare nel mondo economico e della tecnica.

 

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